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Un delizioso Scandalo Legato alle Salsicce

©Daniel Plescia

Dicono che non si dovrebbe mai vedere come viene fatta la salsiccia. Peccato, perché avrebbe potuto aiutare a risolvere uno dei più grandi misteri che avvolse l’enclave della classe operaia di Ville-Émard, a Montreal, ai tempi in cui Jack il Barbiere finse la propria morte e Mario il Sarto fu ipnotizzato nella vetrina di un negozio di mobili.

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Tradotto dall’inglese da Maria Malatino (Milano) e Lana Romandini (Montreal).

A dire il vero, lo scherzo di Jack Devils – i suoi amici lo chiamavano così per la sua passione per le burle giocose e gli scherzi diabolici – venne svelato nel momento in cui balzò fuori dalla bara proprio nel suo salotto tra sguardi sbalorditi e risate fragorose.

E l’episodio di Mario fu solo una bravata da ragazzino, avvenuta molto prima che iniziasse a tagliare stoffe. Il suo crimine era stato marinare la scuola, secondo una vicina ficcanaso che aveva assistito alle conseguenze del suo svenimento, avvenuto durante l’evento promozionale del negozio. La punizione arrivò per mano di sua madre, che non si era bevuta la scusa di essersi addormentato sul divano in saldo, per l’incantesimo di un noto ipnotista. “Mi presi un tale scapaccione, quando tornai a casa!,” disse il sartoro. Due crimini senza vittime, tutto sommato. Niente di che.

La saga della salsiccia, invece, resta un caso irrisolto, che accese gli animi dei ferventi paesani, nei quartieri che si estendono da est a ovest, lungo la Jolicoeur dal cuore buono e da nord a sud, lungo la cattolicissima d’Aragon, seguiti da Dumas, dove erano tutti per uno, e da un trio di strade – abitate dalla comunità prevalentemente tricolore – che iniziavano da Hurteau, proseguivano per Mazarin e terminavano in Jogues. Ed è alla fine di Jogues, vicino al muro d’acciaio della fabbrica, precedentemente nota come Dosco, che si forgiò una particolare forma di martirio, ad opera della più grande vittima – autoproclamatasi tale – del cosiddetto “caso delle salsicce.”

All’interno di questo Miglio Quadrato Azzurro c’erano non meno di quattro drogherie italiane ed un barbiere, anch’esso italiano, ma non il locale di Jack Devils, visto che si trovava più vicino ai greci, su Monk, non lontano dal locale originale di Dilallo (casa del famoso Buck Burger, la cui carne di hamburger è anch’essa oggetto di qualche controversia, ma su questo torneremo più avanti), vicino a quello che sarebbe diventato il negozio di Mario il Sarto. Vi era anche un ristorante, tipo tavola calda, che vendeva anche caramelle – si dice che avesse un locale sul retro dove gli uomini giocavano a carte, tiravano dadi e scommettevano sulle corse di macchinine elettriche, su una pista fatta per bambini – ed è qui che ha inizio questa storia di crimine.

“Da Paul” era il punto d’incontro “tuta blu” di operai e commercianti che lavoravano in posti come l’acciaieria locale o fabbriche lungo il Canale Lachine o gli scali ferroviari nel più lontano Point St-Charles. Era il tipo di posto che aiutava a connettere il tessuto sociale del quartiere etnico, di proprietà di un italiano, il quale serviva fast food di ispirazione italiana, che attirava una clientela principalmente italiana. I bambini, che andavano lì per le caramelle, lo chiamavano Zio Paul per il suo fascino bonario e gli occhi sorridenti e ciò, affettuosamente, perché così si chiamavano gli amici stretti di famiglia e i vicini, per rispetto. Tuo padre lo chiamava semplicemente “da Paul,” il che significava che non avresti mai osato andarci, specialmente quando il tuo “vecchio” era lì a fare baldoria con i suoi compari.

“Ai tempi c’era una regola non scritta secondo la quale sostanzialmente non potevi andare nello stesso posto frequentato da tuo padre,” disse, a tal proposito, Luigi V. (Le identità complete sono nascoste per proteggere gli innocenti.) “Il padre del mio amico andava sempre da Paul, quindi noi dovevamo andare in un’altra tavola calda, a qualche isolato di distanza, ordinare una Coca Cola e un sacchetto di patatine e sederci su un banco finché il proprietario non ci buttava fuori. Dovevi rispettare le regole.”

Che fosse Paul o Zio Paul, il ristorante brulicava di clienti, principalmente grazie al traffico pedonale locale lungo Jolicoeur. L’immancabile automobile di famiglia dei tempi moderni, non era ancora comune nella la classe operaia della metà e fine degli anni Sessanta che viveva di stipendio in stipendio. Le loro preoccupazioni erano più orientate a “mettere il cibo in tavola,” pagare il duplex e, se tutto andava bene, avere qualche soldo extra alla fine della settimana per fare uno spuntino e (magari) tirare qualche dado. Andavi a piedi da Paul, se eri un padre che andava giù “all’angolo” per vedere i tuoi amici, o correvi, se eri un ragazzino con un scintillante nichelino o una monetina e visioni di caramelle, a meno che, ovviamente, tuo padre non fosse già lì.

L’arredamento era distintamente tavola calda Art Deco. Davanti, sulla sinistra, c’era un gigantesco registratore di cassa che emetteva un suono squillante quando registrava le vendite, e subito accanto c’era la vetrinetta delle caramelle. Sgabelli girevoli con bordi cromati erano allineati al bancone, con dietro una griglia e un tagliere. Sul lato destro, i separè, con panchine rivestite in vinile arancione, correvano lungo tutta la lunghezza della parete. (Si diceva che la scommessa clandestina, con la pista in miniatura, fosse sul retro). La griglia era l’attrazione principale, più precisamente il Philibert, che, a secondo a chi chiedi, era o un nuovo tipo di hamburger o un semplice, ma squisito panino con la salsiccia.

“Per me, era un hamburger di maiale,” disse Luigi V. “Penso fosse rosa perché ci aggiungevano paprika. Chi lo sa? Era fantastico!”

“Ma và,” disse Mike B. “Era salsiccia italiana affettata su un panino.”

“Da sola con un po’ di senape, era la fine del mondo!” disse Lana R.

Anche se può esserci qualche dibattito sulla sua forma e composizione, c’è pieno accordo sul ricordo sensoriale gustativo di chiunque si sia mai scottato la lingua su un Philibert: era delizioso. Sottilmente affettata, bilanciava perfettamente la sapidità con un accenno di finocchio e il retrogusto piccante della paprika. Grigliata velocemente e servita calda, sembrava il motivo per cui fossero stati inventati i panini. Ma quale era l’origine del suo curioso nome?

Grilli…

Nessuna delle fonti contattate per questa storia, nemmeno sotto promessa di anonimato, è riuscita a ricordare perché la miglior salsiccia di questa parte della Piccola Italia sia stata chiamata “Philibert.” Era forse un gioco di parole sul nome “Paul” o ” Da Paul,” in relazione alla “P”? Era forse collegato al famoso dipinto Il Mercante di Salsicce dell’artista francese Louis-Philibert Debucourt? (Grazie, Google.) Era forse una parola inventata, come Google? Chi lo sa? Paul è passato a miglior vita da tempo, e persino tra i suoi contemporanei, come Mario il Sarto, tutto ciò che si ottiene, se gli si chiede, è la tipica scrollata di spalle italiana.

C’era persino disaccordo su “PH” o “F” finché non fu chiaro che il “PH” sarebbe rimasto nella gestione successiva del ristorante di Paul, quando, tra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli anni ’80 (il suo regno fu di breve durata) nuovi proprietari rilevarono il ristorante e lo ribattezzarono Le Roi du Philibert. La salsiccia, però, sopravvisse e si poteva trovare direttamente presso un fornitore grossista a Laval.

Ma quale grossista? Dove a Laval? Sono solo altri anelli mancanti in questa storia di salsicce.

Poi, si scopre che Carmine il Macellaio, proprietario del negozio con il pavimento coperto di segatura, dall’altra parte della strada dell’allora ristorante di Paul, forniva la salsiccia per il famoso Philibert. Curiosamente, vendeva anche la carne degli hamburger al locale di Dilallo, anche quando, all’inizio degli anni 70, l’iconico ristorante lanciò il suo Buck Burger d’autore (costava un dollaro), come fiore all’occhiello del locale su Monk.

“Un weekend finirono la carne, così mi chiamarono,” spiegò, diversi anni fa, Carmine, con addosso il suo caratteristico camice bianco da macellaio lungo tre quarti, durante una discussione improvvisata sui gradini del suo negozio: “Vendettero mille hamburger in due giorni,” disse con non poco orgoglio.

Quella era la versione dell’hamburger di Carmine. Luigi V., che guadagnava un dollaro girando hamburgers da Dilallo, ribaltò quella versione proprio come lo stesso Buck Burger (La parte superiore del panino è sotto e quella inferiore è sopra, e viene anche servito con formaggio, capicollo e peperoncini piccanti perché, dopotutto, è una creazione italiana.) Lui sosteneva una diversa provenienza della carne.

“Ricordo che il nostro fornitore era a Ville St-Pierre,” disse senza esitazione. “Ci era permesso servirci solo da loro.” [Nota dell’editore: Ma questi abitanti di Ville-Émard non sono d’accordo su nulla?!]

Comunque, Carmine era certamente il fornitore della salsiccia e preferiva essere pagato per i suoi sforzi nel diffondere il suo amore, grazie tante. Dopo aver fornito il ristorante di Paul nei suoi anni d’oro, serviva, poi, i clienti rimasti, ormai in pensione, che vivevano di ricordi affettuosi dei balli anni ’60 al Messini Hall, che si trovava di fronte e un po’ più in basso rispetto alla salumeria, e in seguito, dello spuntino notturno per eccellenza. Come mia zia, da parte di mia moglie.

Era usuale, per Giselda L., ordinare il Philibert tramite Carmine, mentre aveva ancora il negozio e persino dopo averlo venduto e portato il suo talento da macellaio in una catena di supermercati, al centro commerciale. Felice di poterlo fare, Carmine si recava in macchina dal suo fornitore segreto a Laval, ritirava gli ordini individuali e li consegnava a casa dei suoi vari clienti del quartiere. Era solo un affare in contanti, che includeva una piccola maggiorazione sul prezzo, per coprire le spese. Il suo errore, però, e la tempesta di fuoco che scatenò, fu, un giorno, di rimuovere circa il 96 percento dell’etichetta sulla scatola di cartone cerata che conteneva le salsicce, prima di consegnare i succulenti prodotti a mia zia nella sua casa su rue Jogues, di fronte all’ardente acciaieria. Fu quel 4 percento rimanente, essenzialmente un piccolo angolo dell’etichetta con un po’ di colla residua, a scatenare il caso.

La prima chiamata fu a mia moglie, che conosceva bene sia Carmine che le sue abilità nel reperire salsicce. (Mio suocero, Bert, era un cliente.) La zia sosteneva di essere stata raggirata, truffata e insultata, sospettando che Carmine non fosse onesto riguardo al costo della salsiccia, la prova era l’etichetta rimossa.

“Perché avrebbe dovuto strappare l’etichetta dalla scatola?!” fu la sua accusa. “Te lo dico io perché: non vuole che io sappia che lo pago più di quanto gli costa!” fu il suo giudizio.

“Ma, zia,” intervenne con voce razionale mia moglie, “io conosco Carmine, è un brav’uomo che probabilmente vuole solo coprire le spese di benzina e tempo.”

“Non importa! L’etichetta è stata tolta!”

La seconda chiamata fu di mio cugino, il figlio della zia. È un uomo d’affari rispettato, che comprende bene il principio della domanda e dell’offerta ed è noto per realizzare lui stesso, di tanto in tanto, profitti con le varie aziende che possiede e gestisce; lui sa cos’è un margine di guadagno. Dopo aver riferito le accuse fatte da sua madre, Ron L. fece una pausa e poi, con una voce bassa che culminò in un abbaio, dichiarò: “Carmine deve cadere!” (Senza dubbio, dall’altra parte della linea, stava battendo il dito indice sulla scrivania per sottolineare le sue parole).

Lei era arrivata prima da lui. Era ovvio. Non ci sarebbe stato modo di ragionare con nessuno dei due, né con la matriarca né ora con l’erede. Infatti, Ron giurava di rintracciare il fornitore di salsicce tramite un suo amico macellaio nell’West Island. Era in missione.

“Troverò il fornitore io stesso e non ci sarà più bisogno di intermediari,” disse. “Niente più etichette rimosse!”

Ah, quelle etichette!

Ad ogni modo, tutto ciò accadde circa cinque anni fa e, sebbene Carmine possa essere la sola figura tragica di questa opera, era bravo a coprire le sue tracce – a parte aver abbassato la guardia con l’etichetta. Mia zia e mio cugino non trovarono mai il grossista e, sebbene, da allora, ci siano state altre salsicce agli eventi familiari, non c’è stato più nessun Philibert, non dopo l’ultimo atto di Carmine.

E questo potrebbe essere l’unico vero crimine in questa storia.

Le cose vanno e vengono, nessun problema, ma certe cose come il cibo sono un problema. Odori e sapori possono riportarci indietro a tempi felici e luoghi divertenti, mescolando perfettamente aromi che danno conforto e gioia. Si attaccano ai nostri ricordi tanto perfettamente quanto una salsiccia a un panino. Così, quando posti come Paul’s, Momesso’s e il Bar-B-Barn svaniscono e chiudono, i loro ricordi non svaniscono. Dov’è il crimine in tutto questo? Non c’è alcun crimine, se non la struggente nostalgia di un tempo in cui potevi andare in un ristorante di quartiere gestito da tuo “zio,” prendere un panino, goderti la compagnia degli amici e magari lanciare qualche dado.

 

 Nota delle traduttrici: Il nostro percorso di scambio linguistico è nato dal desiderio condiviso di approfondire lo studio dell’italiano e dell’inglese, non solo come mera pratica linguistica, ma anche come occasione di dialogo autentico. Fin dai primi incontri abbiamo alternato le due lingue, sostenendoci a vicenda nell’apprendimento e scoprendo progressivamente affinità culturali. Tradurre insieme questa storia ha rappresentato un’evoluzione naturale del nostro scambio: un lavoro a quattro mani in cui la sensibilità linguistica e culturale di ciascuno ha trovato spazio e valore. Il processo di traduzione ci ha permesso non solo di affinare le competenze linguistiche, ma anche di sviluppare una collaborazione basata sull’ascolto, sul rispetto dei dettagli stilistici e sulla ricerca di una resa fedele e al tempo stesso fluida. Per noi lo scambio linguistico si è trasformato in una esperienza di crescita personale e creativa. Questa collaborazione ci ha dimostrato come le lingue possano diventare ponti non solo tra le persone, ma anche tra culture e narrazioni.

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