Caro, Cara

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Caro, Cara,

Sì hai ragione, è la solita lettera nella bottiglia. Mi scuso per la scelta melodrammatica. Ne abbiamo tutti sentito parlare ma nessuno pensa di riceverne davvero una. E ovviamente non so se questa mia sarà mai letta, eppure scrivo come se lo fosse. E se mi stai effettivamente leggendo, ti do il benvenuto nella mia storia. Lasciala da parte finché non sei di nuovo a casa se piove tira vento e fa freddo, oppure finché non ti siedi su una panchina se il tempo è bello e l’aria tiepida ti rinvigorisce, oh come mi ricordo quell’aria che tira sul lungomare, quella sì che ti rimette in sesto. Soprattutto a Dublino, la domenica. Penso che forse una bottiglia abbia più possibilità di raggiungere la riva con i relitti sballottati dopo una tempesta, anche se, bada bene, anche nei giorni di bonaccia il mare sputa fuori di tutto. Credo che questa missiva sia un po’ entrambe queste cose, una piccola parte del naufragio della mia vita e una piccola parte della zavorra gettata a mare per alleggerire la mente che non ce la fa più. Ma devo anche dire che la mia vita non è tutta a tinte fosche. Certi giorni l’ordine e la forza di volontà e le passeggiate in giardino mi danno una qualche calma, allegria addirittura.

E se stai leggendo questa mia significa che George ha fatto davvero quello che gli ho chiesto, l’aveva promesso, ma ho avuto già a che fare con questo tipo di promesse, dalla parte di chi le riceve. Il mese scorso ho scoperto che tutte le lettere che avevo dato da spedire alla custode erano state ammucchiate in un angolo, nessuna inviata. È stato un colpo terribile, lo schiaffo finale. Per tutti questi anni. Da non credersi. Tutte le lettere in cui chiarivo perché dovrei ormai essere rilasciata, tutte le lettere in cui chiedevo il trasferimento in convento per finire di scontare là la mia pena, tutte le lettere in cui dipanavo i miei pensieri e le mie azioni, tutte ammucchiate una in cima all’altra a prendere la polvere. Strano che le abbia tenute, verrebbe da pensare che poteva perlomeno bruciarle – in modo da concedere loro la serietà che meritavano. Invece no, solo ammucchiate in un angolo a cadere nel dimenticatoio delle vecchie carte mai lette. Quindi, ti renderai conto anche tu, non ho altra scelta che tentare anche questa strada. E sarà l’ultimo tentativo, so riconoscere una sconfitta.

Sì, l’ultimo tentativo, a meno che ovviamente tu trovi questa mia mentre sono ancora in vita e venga a trovarmi, un po’ improbabile credo. Sì ovviamente questa lettera potrebbe sembrare un gesto dichiaratamente teatrale da parte mia e potrebbe in effetti risultare non necessaria, perché magari prima che tu la riceva il mio nome, e quello degli altri, saranno ormai diventati di pubblico dominio e le mie e le loro azioni saranno veramente apprezzate per quello che sono state. Oh mi sovviene solo ora che magari siete in più d’uno a leggermi, due o più persone che passeggiano la mattina presto in Inghilterra, o immagino forse in Irlanda, ah l’Irlanda, o in Francia, dove ero ancora una donna libera, o anche in Italia. Forse anche in Italia. Non sarebbe perfetto?

La probabile inutilità di questa mia mi costringe a lasciare molto alla tua immaginazione, a farlo con chi non si conosce diventa una cosa intima, ma spero che capirai.

Arrivo al punto. Scrivo questa mia, che affiderò al giardiniere, dal Manicomio di Northampton, dove sono forzosamente ospitata da trent’anni ormai. Siamo nei primi anni ’50 e sono qui dentro dal 1927. Mi chiamano l’irlandese che sparò a Mussolini, perché è quello che sono. Eppure, dicono che sono pazza ad aver fatto quello che ho fatto, anche dopo che hanno mandato a morte migliaia su migliaia su migliaia di persone per fare esattamente lo stesso. È un gran peso da portarsi addosso, aver fatto la cosa giusta troppo presto. Ma è un peso che accetto con tutta la grazia di cui sono capace, non sempre ovviamente, ho anch’io i miei giorni di rabbia, ma per la maggior parte del tempo cerco di vivere la mia vita con tutte le buone maniere che posso e guardando gli uccelli e i fiori e l’erba là fuori. Finora, ho sempre avuto una finestra nella mia stanza e un’altra, più grande, vicino. E quando sono fuori a passeggio in giardino qualche volta parlo con George e quando lui mi ha detto che andava a Folkestone con sua moglie ho pensato di scrivere questa lettera. Vedi mi sembra giusto mettere qualcosa di me a Folkestone, qualcosa accanto ai miei ultimi passi liberi. Anche se questa nota non dovesse arrivarti sarebbe comunque qualcosa di me, gettato in acqua proprio là, perché sono stata felice l’ultima volta che ho guardato le onde che scorrevano via capricciose da sotto alla nostra nave. E mi sembrava anche un buon posto perché una bottiglia potrebbe andare chissà dove da là.

Inizierò quasi dall’inizio, anche se è difficile sapere quali pezzi del nostro inizio ci fanno agire, oppure no, come succede alla maggior parte della gente, quali pezzi ci rendono parte del più vasto mondo là fuori, spesso le stesse cose che fanno sì che uno del tuo stesso sangue si chiuda in sé e si ritiri nella comodità della propria piccineria.

Vivevo con la mia famiglia al Numero 22 di Merrion Square a Dublino. Era una casa maestosa, lo è ancora immagino – aveva un’alcova per la statua di Paolo e Francesca da Rimini, in marmo bianco di Carrara, che mio padre aveva comprato a una mostra d’arte a Milano due anni prima di essere nominato Procuratore Generale d’Irlanda il che accadde due anni prima che io nascessi, settima di otto figli. I nostri soffitti erano di Adam e avevamo incisioni di Bartolozzi, sicuramente abbastanza bellezza da renderci la vita facile. Non ricordo molto della mia infanzia, pare che pestassi sempre i piedi sul pavimento, ma poi in tutte le famiglie girano storie come questa quando cercano una risposta a qualcosa che non capiscono. Pensano che se riescono a riportare l’adulto alla sua statura da bambino allora riusciranno a ridimensionare anche le sue azioni, oh sì, l’ho visto fare. L’ho sentito fare. Più e più volte. E pensano di vincere. E vincano pure. Scusa, non dovrei coinvolgerti in queste minuzie, anzi non dovrei coinvolgermi neppure io, è un riduzionismo controproducente che non gioca a favore della realtà intellettuale delle mie azioni. Quindi lascerò perdere, almeno per il momento, e se mi ricapita tenterò di fermarmi in tempo. Ma può essere difficile in questo posto quando ricordo chi sono, buttata dentro a Northampton, che non significa niente per me, anche se qui ci sono stati poeti prima di me e si potrebbe pensare che questo dia un appiglio a cui aggrapparsi.

Quando avevo nove anni mio padre fu nominato Lord Cancelliere d’Irlanda. Mi ricordo quanto parlare se ne fece. Mi ricordo l’andirivieni delle carrozze, il suono senza fine dei cavalli che accostavano fuori, anche la notte. Penso che allora i bambini di casa diventarono più importanti e dalle bambine ci si aspettava che facessero ancora meno di quanto avessimo fatto prima, però vestite più eleganti. Non diedi alla cosa una serietà che non meritava ma mi adattai, non sapendo cos’altro fare. Venivamo istruiti a casa. Mi piacevano soprattutto le lingue, che in realtà venivano insegnate ai miei fratelli cosicché potessero andare in guerra, se necessario anche dove non si parlava l’inglese. Ho ancora un buon francese, rifinito in tutto il tempo che abbiamo passato a Boulogne-sur-Mer, e un amore particolare per l’italiano. Gli italiani hanno ancora le poesie migliori. Leggevamo quello che ci dicevano di leggere finché non scoprii che si potevano trovare anche altri libri, come quelli che mi passava Willie. Devo dirti che dei miei sette fratelli, Willie, Harry, Elsie, Edward, Victor, Frances, Constance, adesso mi importa davvero solo di tre, non male dopotutto. Due dei tre di cui mi importa sono morti.

Ma tornando alla mia crescita, feci del mio meglio per essere perlopiù normale, nonostante le mie letture. Ogni tanto portavo il discorso sul voto alle donne – avevo letto qualche cenno sull’argomento – e mio padre si congratulava con se stesso per il fatto che lo approvava – ma sapevo che avrebbe voluto dirci come votare se mai fosse successo. Mi guardava con uno sguardo particolare, piuttosto sorpreso, quando ne parlavo. Lo stesso sguardo di quando diceva: Quando è Troppo è Troppo. Si sentivano le maiuscole. E quando quel giorno arrivò, anni dopo la sua morte, mi ricordo che chiesi a mia sorella di non mettersi almeno per quella volta il bustino. Le dissi, “per l’amor del cielo, andiamo a votare”, e lei mi guardò proprio come faceva nostro padre.

Prima del giorno delle votazioni, molto prima, ero stata presentata come debuttante alla corte della Regina Vittoria. E questa è una delle cose che dovrei ricordare ma proprio non ci riesco, forse mi torna in mente un suono di gonne fruscianti, ma magari se non mi ricordo è perché non voglio. Lo vedo come un pezzo di quel passato precedente al momento in cui avevo sentito parlare della fame che aveva lambito l’angolo della nostra strada elegante, avevo preso coscienza di alcune delle ingiustizie che governano il nostro mondo e avevo maturato un interesse verso la teosofia, che non ammetteva discriminazioni fatte alla leggera. Mio padre mi diede un patrimonio tutto mio quando compii ventun anni, e no, non me l’ero guadagnato, ma mi consentì di riflettere su come vivere una vita utile.

A ventisei anni mi convertii al cattolicesimo, sembrava la cosa giusta, più impegnata da fare. L’annuncio della mia conversione sul giornale zittì le voci sugli aspetti più triviali della mia vita privata. La lite in famiglia fu totale, oh quanto durò. Che stupidaggine, arrabbiarsi tanto per il modo in cui altri vivono la propria vita. Forse è invidiabile avere tante energie da dedicare a immischiarsi in qualsiasi cosa che non sia la propria esistenza.

Fu allora che me ne andai a Londra, che mi lasciai i battibecchi alle spalle. Conoscevo bene la città, ero stata ad alcune feste e sapevo che lì si poteva fare una vita diversa, avrei potuto scappare dal turbine di disprezzo che mi scaraventava addosso la maggior parte dei miei familiari e conoscenti.

Vorrei parlarti un po’ della mia famiglia. Non credo che i legami di sangue siano importanti solo per il plasma e lasciarli indietro, se è necessario farlo, può essere l’impresa più ardua ma anche più importante della propria vita. D’altra parte si può avere un parente o più d’uno che ci influenzano positivamente, oppure uno o più familiari che amiamo quanto ameremmo un amico. Ma spesso abbiamo persone di cui conosciamo nell’intimo ogni reazione, mentre tentiamo di dimenticarle e quello che fanno alle libertà della nostra mente ci riempie d’odio. Ci sono fratelli e sorelle che soffocherebbero ogni tuo pensiero – gli strangolatori dell’immaginazione. Sono quelli che non sopportano la grammatica di tutte le lingue straniere.

Ho avuto quattro fratelli e tre sorelle. Dei miei fratelli ho questo da dire, Harry mi piaceva, lui andava in toboga. Mi piaceva perché era alto e sportivo. E pensare che fu proprio lui a prendersi la tubercolosi e morire. Riesco a sentire la tenerezza che avevo per Victor – anche lui morì giovane. Edward non era male, suppongo. Ma il mio preferito era Willie. Era lui che mi passava i libri, mi portava in giro per Londra, accettava il modo in cui pensavo, parlavamo di tutto, anche del modernismo e di come calzasse a pennello alla nostra vita. Le mie due sorelle Elsie e Frances si sono sposate bene, è tutto quello che ho da dire di loro. L’essenza di Constance era nel suo nome: costanza. E anche se è stata lei a permettere che attraversassi la Francia da donna libera per l’ultima volta senza dirmelo, è anche quella che ha continuato a farmi visita e forse ha fatto del suo meglio. Forse. Forse. Willie, che sapeva quali nuove idee sarebbero andate bene con le vecchie, che sognava con me, che mi conosceva, che mi faceva anche ridere, non si fece vedere a Parigi quando il nostro treno ci passò, non venne a prendermi e portarmi via. Provo a trovargli delle scuse, motivi che avrebbero potuto impedirgli di venire. Forse ormai si era allontanato troppo. Quando mio padre morì vedemmo che si era seduto a tavolino a scrivere le parole che escludevano Willie dal suo testamento, un gesto brutto, impietoso. La frase mandava bagliori di una cattiveria tutta sua. Non escluse anche me in maniera così categorica perché deve aver pensato che la mia diversità non poteva essere tanto pericolosa, dato che ero femmina. E infatti.

Dopo che mi stabilii a Londra, mi resi utile ai poveri, era il minimo che potessi fare. Ebbi anche una vita di quelle di un luminoso inizio secolo, quando il buio del secolo scorso può essere messo da parte. Mi tenevo informata su ciò che faceva quella luce a Dublino. Willie si era convertito al cattolicesimo da anni ormai. Credeva nel diritto dell’Irlanda di gestire i propri affari interni, parlava e sognava in irlandese. Aveva sempre notizie da Dublino. Ma virò la sua vita verso Compiègne, non proprio il massimo dell’impegno. Lo vedevo quanto più spesso potevo, tra un viaggio e l’altro. Te l’ho detto che era il mio preferito? Constance stava imparando a comportarsi da figlia non sposata.

A Chelsea imparai la libertà e l’amore. Ecco cos’era. È un periodo a cui non mi piace ripensare, a paragonarlo agli altri la nostalgia mi taglia le gambe. Perdo la voce. Quando impari queste due cose, la libertà e l’amore, vedi tutto in una luce diversa. Le costrizioni che i tuoi famigliari hanno tentato di importi diventano chiare per quello che sono, le loro folli paure di non riuscire a controllare quello che pensi o leggi o il modo in cui vedi il mondo e in quali colori decidi di vederlo. Fu un periodo bellissimo, mi tenevo aggiornata sul movimento suffragista. E sull’arte. E su tutto il parlare che si faceva delle Pankhurst. Avevano fegato. Ho passato tanto tempo ad ammirare quello che facevano e ho sempre ricordato quanto ci è voluto. Dopo tutto quel vivere a Chelsea imparai a sentire la distanza giusta per un’adulta.

Quando morì il mio fidanzato dormii tra i suoi vestiti, inalandolo per tenermelo dentro. Mi fece bene, o così pensai, anche se è difficile ricordare quanto diventarono neri i miei giorni, un lungo tunnel di ore impregnate di dolore. Mi si appiccicò addosso, mi si insinuò nei pori e alla fine mi fece ammalare. La gente doveva allontanarsi di qualche centimetro dalla mia aura di tristezza per non farsi male, tanto era forte. Ma guarii abbastanza da andare al funerale di mio padre a Dublino – avevo letto della sua morte nel giornale della sera. È difficile sapere se valga la pena fare questi gesti, sicuramente la maggior parte degli altri pensarono di no. Forse avevano ragione.

Credo che la mia reazione a questo isolamento, andare a Parigi a lavorare per un’organizzazione pacifista, sia stata quella giusta. Sembra una cosa tanto piccola adesso, dopo quello che è successo. Ma non lo sembrava allora, pensavamo di poter fermare l’entrata in guerra. Ci credevamo, prima del futuro. E chi può dire se facevamo male a sperare. E quando la nostra voce sparì sotto al clamore dei gridi di guerra tornai a Londra, a quel punto conoscevo il tragitto a menadito.

In quel primo terribile carnaio ognuno fece quello che poteva. Sentii di quello che tentò l’Irlanda, la piccola nazione. Sentii delle esecuzioni e mi chiesi come ci si sentiva a Dublino. Mi mancava. Mi ammalai di nuovo e poi guarii di nuovo e mi ammalai ancora, non so più quante volte prima di partire per Roma nel 1924, per veder crescere un nuovo tiranno. Avevo letto e seguito con attenzione la sua insidiosa presa del potere. Andai a fermarlo. Sembrava una cosa saggia da fare. E lo era.

A Roma vissi bene. Camminavo per strada, respiravo l’aria attorno all’infinita storia dei suoi edifici, mi prendevo cura dei poveri come mio solito, pregavo in cappelle che toglievano il fiato alle mie preghiere tanto erano belle. La mia mente era illuminata dalle fiammelle danzanti delle candele accese. Leggevo e imparavo. Avevo i miei posti preferiti, la casa di Nerone era uno di questi. Mi piaceva guardare le rovine, immaginare le bighe in corsa davanti al pubblico. Stetti male per un po’, è vero, quando la tristezza si fece più forte di me, ma sono cose che capitano, e si può ancora tornare indietro a quando i giorni hanno una misura. La vita ha il suo corso, sai. Trovai alloggio con la mia governante, Mary McGrath, in un convento tranquillo su Via delle Isole, uno che ospitava viaggiatori come noi. Li respiro ancora, la solitudine, il canto glorioso delle suore, il volo degli uccelli da un albero di limoni all’altro.

È strano cosa si ricorda, i dettagli che non sembrano importanti, ma hanno un odore che li rende diversi e così ci rimangono in testa. Contano. Mi ricordo che il convento aveva angoli scuri che tornavano utili per nascondercisi quando il sole si faceva troppo caldo. E mi ricordo l’odore della cera per linoleum. Non ne ho più sentite di così dolci. Mi rifugiai lì con Mary McGrath. Quella comodità a volte mi ritorna in mente vivida, fuggevole, quando cammino per questo Manicomio. O quando immagino di sentire una suora intonare piano una scala prima di spiegare la voce in un inno. Ma basta, ti starai domandando come sono arrivata qui da là e farò del mio meglio per spiegarlo.

Nonostante la bellezza di Roma, nonostante i suoi dipinti, i suoi alberi sottilissimi che si slanciavano inspiegabilmente alti verso il cielo azzurro, le sue strade sontuose e i suoi luminosi tramonti c’era un marciume che emanava da quel Mussolini e i suoi seguaci. Stava distruggendo l’Italia, inglobandola nelle pieghe del suo ego. Per chi tra noi vedeva il quadro della situazione in tutta la sua ampiezza, era una cosa che saltava agli occhi. All’ascesa del tiranno, vedendo che le sue imprese e quelle dei suoi gregari si facevano sempre più oscure e violente, mi decisi all’azione. A quel punto ero abbastanza vecchia da sapere che qualche volta non c’è nient’altro, che l’azione è l’unica scelta sana di mente. Mi preparai a portare il mio destino e quello di Mussolini a distanza di un soffio l’uno dall’altro.

Ricordo con chiarezza la mattina della mia impresa. Mi alzai alle sei e andai a Messa, feci colazione e pulii la stanza, pensando che non ci sarei tornata. Pensai che riordinare fosse il minimo che potevo fare. Dissi alle suore che sarei tornata per pranzo, la bugia sarebbe durata solo qualche ora. Ma sapevo che qualunque cosa fosse successa non avrei mai più visto quel letto. Feci le valigie con cura. Avvolsi il revolver Level nel velo nero da messa. Avevo venti proiettili nascosti in camera, non mi sarebbero serviti tutti. Misi nella tasca del vestito una grossa pietra nel caso mi servisse per rompere il finestrino. Chiusi il cancello del convento senza far rumore per non disturbare le preghiere che avevano già iniziato a costruire il giorno. Passai oltre tutte le belle porte della strada dei conventi, oltre i cancelli che si aprivano su giardini segreti, stillanti fiori e scivolose foglie verdi. Avrei potuto tornare indietro ma mi lasciai alle spalle quei luoghi sereni e sbucai sulla via principale.

Le strade erano piene di turisti per Pasqua. Guardavo la gente che andava a braccetto, passeggiava e chiacchierava. Non mi è mai dispiaciuto: è qualcosa che ho avuto una volta e anche se non lo avrò mai più non nutro un’irragionevole invidia per chi può far scivolare la mano attorno alla stoffa del braccio altrui senza pensare al privilegio che ha. Era un giorno d’aprile, il cielo pieno di sole, tutto era possibile in un giorno così, e quasi lo fu, sarei potuta riuscire a uccidere Mussolini, lo mancai di pochissimo. È ovvio che mirai bene, come mi aveva insegnato mio fratello in corridoio a Merrion Square. Lo segnai persino. Ma alla fine la pistola mi tradì e poi la folla si mise di mezzo, impedendomi un secondo tentativo.

Quando attraversavo le vie e le piazze ovviamente non pensavo che avrei potuto fallire. Pensavo a come avevo finalmente risolto la questione se uccidere sia mai giusto. Ero giunta alla conclusione che lo era e che questo tiranno, che pure si girava il mondo intorno a un dito, o almeno quello la cui voce si sentiva ogni giorno, doveva essere fermato. Passai da Porta Pia, soppesando la pietra che tenevo in tasca. Anche se prevedevo di sparargli quando fosse uscito dall’automobile, non si era mai assolutamente certi di come si sarebbe mosso. Dopo tutto un uomo che ha già massacrato e torturato migliaia di persone, un uomo che ha fatto pubblicare in tutto il mondo trenta milioni di sue fotografie in varie pose atletiche, un uomo che pensa che la gente riceva una grazia divina se riesce solo a guardarlo negli occhi, un uomo così ha intenzione di rimanere vivo e vegeto il più a lungo possibile. Un uomo così prende mille precauzioni e anche se magari si finge coraggioso in realtà cambia di continuo i suoi spostamenti per rimanere in vita. Sai, dicono che molte donne avrebbero desiderato averlo ospite a cena ma dall’altra parte eravamo molte di più, ne sono certa, perché le ho sentite quel giorno, un impeto di forza che annullava la paura, che cosa meravigliosa.

Mi ero lasciata alle spalle il Convento di Santa Brigida – un nome così adatto, quello della nostra Santa irlandese – ero uscita da Via delle Isole e avevo svoltato sulla Nomentana, sempre tastandomi la pietra in tasca ma senza dare nell’occhio. Pensavo a cose normali, non troppo nervosa, quando mi ritrovai schiacciata da una folla in movimento che si sporgeva a guardare. Ah, eccolo che stava lì, in mezzo allo splendore del Campidoglio. Stando alle mie ricerche avrebbe dovuto parlare al Palazzo del Littorio quel pomeriggio, era là che stavo andando, ma eccomelo davanti proprio ora. Avrei dovuto cogliere l’occasione che mi veniva offerta. Forse lo avrei potuto prendere adesso. Sgomitai per avvicinarmi sempre più, fino a uno dei pilastri. È stata l’unica volta che in quel punto non ho notato la bellezza che mi circondava. Pensavo solo ad avvicinarmi il più possibile. Un gruppo di studenti cantava quella canzone stupida che accompagnava le fotografie – si trova sempre qualche giovane che dà già l’arrampicata alla scala dell’approvazione, è inquietante. Mussolini si voltò verso di loro, per pascersi della loro adorazione, e fu allora che sentii quell’impeto di forza. Fu allora, poi fu facile.

Il primo sparo fece uscire un gran fiotto di sangue e un silenzio sospeso, come un respiro profondo trattenuto all’improvviso. Vidi il sangue che gli colava sulla faccia e pensai di avercela fatta ma poi mi resi conto che non era caduto, quindi dovevo provarci ancora. Premetti di nuovo il grilletto ma purtroppo devo dire che la pistola fece cilecca, il proiettile rimase incastrato. Non c’ero riuscita. Sentii la folla ritrovare la voce e poi lanciarsi sul mio corpo, prendendomi a calci, tirandomi i capelli, calpestandomi, strappandomi il colletto. Mi impedirono di mirare ancora. Sentivo su di me i colpi della folla, feroce la sua rabbia. Vedevo la scena come da lontano. Mi avrebbero uccisa ma i poliziotti mi reclamarono per sé e mi trascinarono dentro il Museo dei Conservatori. Restai a terra, ascoltando i tafferugli all’esterno, le urla della piazza mentre Mussolini veniva portato via. Era una cosa tremenda, quel rumore che avevo causato. Aprii gli occhi e vidi il piede colossale della statua di Costantino. Un gatto ci dormiva sopra, prendendo il sole senza pensare a me o agli umani. Pensai: che gatto fortunato.

Poi i poliziotti mi trascinarono a sedere e iniziarono a farmi un mucchio di domande, era naturale. Mi tennero lì per un po’. Il tempo mi sembrava strano. Non ho idea di quanto rimanemmo in mezzo a quelle sculture di pietra che mi infondevano forza. Ogni tanto un poliziotto veniva a riferire come si comportava la folla fuori. Alla fine riuscirono a evacuare la piazza e fu ritenuto sicuro trasferirci al carcere delle Mantellate. Mi ficcarono in un’automobile. Cercai di aggiustarmi il colletto ma mi resi conto che era strappato. Attraversammo il fiume ma non riuscii a vedere su quale ponte. Potrebbe essere stato il Palatino o il Garibaldi. Mi piacerebbe ancora saperlo, anche se non è una di quelle cose di cui andrei a parlare qui dentro. I pesanti battenti si aprirono, mi ricordo che in quell’istante sentii sbattere ali d’uccello, un enorme stormo che si levava in cielo. E sentii una campana vicina, forse proprio quella delle Mantellate. Il portone si richiuse. Per quanto ne so, gli uccelli si levarono ancora in volo.

Qualcuno mi prese le impronte digitali e poi mi portò alle suore carceriere. Pensai ad altro durante la perquisizione corporale, ci si riesce se si è imparato a pregare. Non mi piacque quando mi presero le forcine dai capelli. Le medagliette dei santi me le aveva già strappate la gente nella piazza. Mi pulirono i tagli prima del secondo interrogatorio, davvero molto gentili. Ero viva e i colpi della folla erano stati curati. Non usarono le stesse gentilezze a quel povero ragazzo, Matteo, quel povero ragazzino. Tentò di fare quello che avevo fatto io, sei mesi dopo a Bologna. Anche lui prese la mira in una bella piazza ma stavolta la folla non sbagliò. Lui a terra ci rimase. Rimango in silenzio per un po’, anche adesso, quando penso a lui, quel ragazzo coraggioso. Si merita un momento di silenzio. Ma torniamo al mio interrogatorio – è incredibile quanto stettero a tergiversare sul pezzetto di carta dove avevo scritto la mia meta di quella mattina, Palazzo del Littorio. Era lì che sarebbe dovuto andare Mussolini. “Quindi aveva la precisa intenzione di sparargli”. Ovvio che avevo la precisa intenzione di sparargli. Non risposi, né dissi dove avevo preso la pistola. È ancora un mio segreto.

Avevo cinquant’anni quando ho sparato a Mussolini, una buona età per farlo credo, no? Avrei davvero voluto fare a meno di sconvolgere la mia famiglia ma non avrei potuto esimermi dal farlo solo per farla contenta.

Non so bene perché, ma qui mi pare di essere caduta nel tentativo di trovare una spiegazione a quello che ho fatto, e sinceramente penso che te la meriti, ma in realtà o si pensa che sia stata una buona idea oppure no. Io penso di sì. Ma forse trovi strano che sia stata una donna a farlo. Sicuramente l’ha trovato strano Mussolini, dicono che abbia esclamato tra sé e sé: Come, una Donna! Non gli è piaciuto.

Allora ci si mobilitò per dimostrare che ero matta. E come si fa a dimostrarlo? Che significa matta? E se uno impazzisce per una, due ore, vuol dire che è matto per sempre? Sì mi ero già fatta del male ma non sarò certo stata la prima persona pensante a farlo, guarda Emily Davison, anche lei ha imboccato il cammino senza speranza, anche se sicuramente non il giorno del Derby, aveva il viaggio di ritorno già pagato e un biglietto per il Ballo del Suffragio quella sera. (Ero così contenta che mio Padre fosse morto prima di tutto questo, non è che lo avrei dovuto ascoltare arrivati a quel punto, ma mia Madre e Constance lo avrebbero fatto).

Alle Mantellate, con la campana che suonava alle stesse ore di tutte le altre, e il fiume che scorreva così bello lì fuori, dissero che la mia mancanza di desiderio di maternità era sintomo di follia. E come corsero a farmi l’esame ginecologico. Guardai il soffitto e pregai ogni Dio il cui nome riuscissi a ricordare; tenni gli occhi spalancati per non dar loro la soddisfazione di vedermeli chiudere. Una delle carceriere mi fece avere il referto del Professor Giannelli. Me lo diede sottobanco. Ho sempre avuto la capacità di andare d’accordo con il personale, sì era meglio pensare ai miei carcerieri in questi termini. Lo è ancora. Questo buon Professore, una serpe, scriveva al Procuratore che aveva proceduto a effettuare l’esame, che la prigioniera vi si era sottoposta senza protestare. Cioè aveva notato che avevo tenuto gli occhi aperti. Proseguiva dicendo che l’imene non era intatto, diceva che aveva permesso senza difficoltà l’introduzione di due dita (le sue due dita) ai fini dell’ispezione. Andava avanti a parlare della spremitura uretrale. L’ha fatto. L’imene non è intatto. Ma dai. Gliel’avrei potuto dire anche io. E farlo suonare come una cosa buona e gioiosa.

Forse devo insistere un po’ su questa idea della follia. Sì ho i miei momenti, brevi accessi di una rabbia terribile. È un peccato che non abbia imparato a controllare questi eventi che ormai mi capitano una volta l’anno. Ma ti chiedo, lo chiedo a te, cos’è mai questa mia saltuaria effervescenza di fronte alla furia legalizzata di quegli uomini, liberi di camminare per strada, che comandano gli eserciti? È chiaro che lasciarsi andare non è una buona strategia, e ogni volta che lo faccio mi rendo conto di dar loro ancora più carne al fuoco per quello che già pensano di me, ancora più motivi per rinchiudermi per sempre. (E comunque non mi dispiace di aver preso a calci e pugni la Signora … Se dovessi ascoltare la sua voce monotona lo faresti anche tu.) Ma sto divagando. Mi pare che la rabbia possa essere giusta. Non avremmo il Voto senza di lei. Immagino che ora dirai che non è vero, che prima o poi sarebbe stato concesso lo stesso, ma guarda per favore tutti i posti del mondo, anche adesso negli anni cinquanta, dove non c’è. Magari in futuro, quando troverai questa mia, sarà universalmente impensabile che le donne non abbiano il voto. Ma magari no. Ormai avrai capito che non sono stata una donna che ha passato la vita a cucire alacremente. Non dovrei sminuire così il cucito, in realtà è una cosa che mi piacerebbe saper fare, infilare l’ago dentro e fuori, il rigore della meccanica. Magari può elevare la mente a più alti pensieri ma la docilità dell’atto mi ha sempre fatto impressione. Se uno sbircia dall’angolo della porta dentro una stanza piena di donne che cuciono non pensa all’azione. E io credevo nell’azione. Ci credo ancora.

Ti starai chiedendo come ho fatto ad arrivare qui da Roma. Dopo aver violato le profondità della mia persona continuarono gli implacabili interrogatori sul complotto internazionale. Sicuramente una donna non avrebbe potuto farlo da sola. Sicuramente una donna non avrebbe potuto vedere quello che stava facendo questo tiranno marcio. Sicuramente una donna non avrebbe potuto sapere che la tirannia, dopo l’incubazione, si diffonde oltre i confini. Mussolini e i suoi uomini si inventavano questi complotti per poter incarcerare, bruciare e massacrare ancora di più le persone che capivano quanto era pericoloso. Nel frattempo, mentre si chiedevano cosa fare di me, rimasi in carcere. Permisero alla fedele Mary McGrath di farmi una sola visita. L’avranno certamente interrogata sulla nostra permanenza al convento, su dove fossi andata, chi avessi visto. Spero sinceramente che sia sopravvissuta a tutto questo. Spero sinceramente che sia riuscita a tornare sana e salva in Irlanda. Mi dissero che Willie era venuto a trovarmi. E Constance. Mi dissero che su di me erano state scritte lettere che era meglio che io non vedessi. Posso solo immaginare il disprezzo che alcuni volessero vomitarmi addosso. Mi dissero che i miei parenti non erano dei più contenti. Mi dissero che Mussolini aveva ricevuto telegrammi di auguri di pronta guarigione. Mi dissero che alla fin fine non voleva che una donna fosse messa a giudizio per avergli sparato. La notizia che una donna lo avesse avuto sotto tiro e fosse quasi riuscita a ucciderlo avrebbe potuto prendere una piega incontrollabile e gettarlo nel ridicolo. Quindi dovette trovare una soluzione. E lo fece insieme alla mia famiglia e all’Inghilterra.

Così, venne Constance. Con in tasca tutta una serie di cose che avevano a che fare con la mia vita. E con lei vennero infermiere che fingevano di essere lì per il mio bene. E un uomo della Thomas Cook, l’agenzia di viaggi – questa ancora non l’ho capita. Riempiti tutti i moduli, il nostro entourage, che comprendeva anche un buon numero di uomini, presumibilmente funzionari di polizia, dio che confusione, si avviò alla stazione ferroviaria.

Fu meraviglioso respirare l’aria del mattino a Termini. I piccioni si sparpagliarono rumorosamente quando arrivammo sul binario. La stazione odorava di cibo e lavoro e fretta. I viaggiatori si scambiavano grida con ogni decibel che avevano in gola. C’erano indaffaramento e arrivederci e benarrivati. C’erano colori e risa. Era una gioia per i miei occhi. Salimmo sul treno verso mezzogiorno mi pare. Io e Constance avevamo uno scompartimento a due cuccette. Ero tanto felice che non ci credevo. Avevo quasi paura di rendermi conto dov’ero. Il treno sferragliò i suoi rumori preparatori e poi partimmo, uscimmo con un fischio dalla stazione e poi via verso la mia vita libera. Fu un piacere vedere i sobborghi romani scorrere dal finestrino, e poi Firenze. Ogni tanto salutavo le persone con la mano e loro mi rispondevano. Chissà se mi riconoscevano oppure no. E poi via attraverso la luce gialla con lampi d’azzurro, un sole glorioso, campi che si specchiavano in laghi, un argento accecante che danzava su sprazzi del Mar Ligure, via attraverso tutto quanto c’era di bello. Al confine di Modane, nel dormiveglia, vidi Constance che allungava documenti, da sopra le spalle gli sguardi dei poliziotti, delle infermiere e dell’uomo della Thomas Cook. Chiusi gli occhi. Di lei mi fidavo. E quando fu svanita la bellezza italiana, una nuova bellezza, quella francese, si fece avanti. Mi divertii tanto durante quel viaggio, il cuore e la mente pieni di armonia.

Man mano che i paesini francesi sfilavano davanti al finestrino sentii un gran rilassamento. Avevo fatto un piccolo errore al confine. Avevo mormorato, mentre ci controllavano i documenti, che speravo di tornare presto in Italia e quando mi chiesero perché, risposi per sparare a Mussolini ovviamente. Constance aveva avuto uno strano sussulto di paura e avevo detto: dai Constance, non farti prendere dall’anza, era una parola che usavamo da bambine e pensai che l’avrebbe sollevata, ma da lì in poi si fece sempre più nervosa mentre io mi facevo sempre più calma, felice di guardare le città che si avvicinavano scintillavano e poi svanivano nella sonnolenza della foschia. Se solo avessi saputo. Se avessi saputo che la mia vita era già stata data via con una firma, ma che ero ancora una donna libera mentre sfrecciavamo per la Francia, sarei potuta scappare. Mi dirai che non ci sarei mai riuscita ma lasciatelo dire, una donna che arriva a mezzo centimetro dall’ammazzare Mussolini può sicuramente sfuggire a tre infermiere, una sorella e un agente di viaggio. E se lo avessi saputo avrei sicuramente potuto far venire Willie da Compiègne quando siamo passate da Parigi, e sicuramente avrei potuto saltare dal treno a Boulogne, conoscevo le strade. Ma, come ho detto, ero piena d’armonia. Salutai senza timore le coste francesi e accolsi quelle di Folkestone come amiche.

Anche ad Harley Street, mentre firmavano le carte, non avrei mai creduto a quello che pensavano di farmi. Mi divertivano i nomi delle località, Hemel Hamstead, Berkenhamsted, tutte con quei finali che mi sapevano di homestead, il casolare, e poi Keighton Buzzard, Bletchely, bei nomi pensai. Anche in questo Manicomio, quando mi misero a letto la prima sera, e portarono Constance nello studio per farsi spiegare la mia vita, anche allora non lo sapevo, non avrei potuto immaginare, sicuramente non avrei potuto credere, che le mie, di spiegazioni, non sarebbero mai più state ascoltate. Non avrei mai più parlato a mio nome.

Col passare degli anni ho trovato il modo di accettarlo, non c’è molto altro che possa fare. Il parco qui mi dà grande svago, gli alberi sono grandi e sotto di loro posso immaginare di essere in tanti posti diversi. Quando serve parlo agli uccelli. George, il giardiniere nonché postino di questa mia, mi aggiorna su quello che potrebbe interessarmi. Mi ha detto di quando Mussolini chiese oro e di tutte le donne che gli diedero le loro fedi nuziali e di quelle poche che non lo fecero e di cosa accadde ai loro figli. Pensai davvero che quando l’Inghilterra andò finalmente in guerra contro Mussolini, quando finalmente lo vide per il nemico che era, allora pensai davvero che mi avrebbero liberata. Anche George lo pensava. Mi spiacque che la bomba che ci tirarono addosso non mi avesse dato la possibilità di scappare. Pensai anche che quando il mondo applaudì la morte di Mussolini, quegli applausi mi avrebbero portato buone cose. Anche George lo pensava. Ma non andò così.

Parlo molto delle piante con George. È quello che abbiamo in comune. Ma lui prova anche a offrirmi altro, lo vedo. È stato lui a dirmi che è arrivata un’altra irlandese, pensava che avrei potuto conoscerla o almeno conoscere suo padre, uno scrittore che si chiamava James Joyce. Gli ho detto che lo conoscevo e sono in attesa di vedere se avremo molto da dirci io e lei, lo spero tanto. Mi dicono che anche lei conosce la Francia e l’Italia, anche se non la stessa Italia che conosco io. Prima di andarle a parlare devo finire questa lettera.

E quindi, Caro mio o Cara mia, magari a questo punto ti sarà venuto freddo ma vorrei chiederti un favore. Ho fatto testamento stipulando che il mio funerale sia celebrato nella Cattedrale di Northampton e che io sia sepolta nell’angolo cattolico del Cimitero di St. Andrew. Ho lasciato abbastanza denaro per una lapide di una certa importanza. Presumendo che io sia ormai morta potresti per cortesia andare a controllare tanto per la cronaca se queste mie ultime volontà sono state rispettate. In conclusione, adesso arrotolerò questa mia e la darò a George da mettere nella bottiglia che ha promesso di gettare in mare. Dice che ne troverà una della misura giusta, e un tappo che faccia il suo dovere così le parole non annegheranno. Avrei potuto dire di più, forse spiegare di più, magari ti sembrerà che ti abbia dato solo manciate di dettagli, ma spero che basti ad attirare la tua attenzione su di me e sugli altri, a farti sapere che i miei pensieri e le mie emozioni sono rimasti perlopiù intatti, nonostante tutte le porte sbattute, nonostante mi sia stata rubata ogni cosa che mi era cara, nonostante il fatto che l’unico modo che ho per parlarti sia attraverso questa forse inaffidabile bottiglia.

Firmato, Violet Gibson.

Tradotto dall’inglese da Ira Torresi.

Originariamente pubblicato in inglese e italiano contemporaneamente in Tratti, n. 93 (maggio 2013), pagine 42-67.

Evelyn Conlon è una romanziera, scrittrice di racconti e saggista. Il suo romanzo Skin of Dreams, che tratta della pena capitale, è stato selezionato come romanzo irlandese dell’anno. Pensatrice senza pretese, il suo lavoro è intriso di originalità e arguzia. È nata nella contea di Monaghan ed attualmente risiede a Dublino.

Ira Torresi è professoressa associata al Dipartimento di Interpretazione e Traduzione dell’Università di Bologna. Fa ricerca, tra le altre cose, su traduzione, studi di genere, e James Joyce. Ha al suo attivo varie traduzioni di saggistica storica e narrativa. Di Evelyn Conlon ha tradotto anche “Two Gallants”, nell’edizione italiana di Dubliners 100.

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